Quali capitali per la tua start-up? Parte Equity

In questo post vorrei elencare le opzioni di finanziamento accessibili da una startup italiana. Non fare semplicemente una lista della spesa ma aggiungere osservazioni a margine che possono essere utili per valutare le tipologie più adatte alla tua startup.

Ho diviso il post in due parti, in questa parlerò delle fonti di capitale azionario (Equity), nell’altra elenco le opzioni sul debito. Per brevità, approfondirò alcune di queste fonti in post successivi e dedicherò un post di approfondimento separato per le piccole e medie imprese.

Ovviamente non tutte le opzioni sono accessibili dal giorno 1 e alcune dipendono dalla tipologia di impresa e dalla sua collocazione geografica. Scorriamole una ad una:

  1. Capitale proprio

I mezzi finanziari dei soci fondatori sono quasi sempre la prima fonte di capitale per l’impresa. Alle volte si tratta dell’unica alternativa possibile ma molti founder scelgono di proposito di evitare altre tipologie di finanziamento, quantomeno all’inizio, per non diluire la propria quota azionaria – preoccupazione iper condivisibile – e mantenere la massima libertà, ovvero senza dover rendere conto a terzi. D’altra parte, a meno dei casi nei quali il/i founder possono investire quanto serve, le risorse impiegabili saranno limitate e l’apporto di altri finanziatori potrebbe rendersi necessario o comunque opportuno per non rallentare lo sviluppo. Un vantaggio di poter contare su più soci fondatori è quello di poter unire le forze anche dal punto di vista finanziario.

Investire nella propria azienda è un pre-requisito per convincere terzi a farlo perchè segnala ad altri potenziali azionisti che l’imprenditore ci crede ed è disposto a rischiare il proprio capitale, oltrechè il proprio tempo. Investendo bene mostreremo che siamo anche in grado di spendere in maniera efficiente.

Nel caso di una startup il capitale iniziale andrebbe speso per produrre i primi risultati – una ricerca di mercato, un prototipo – ovvero quelli che servono per convincere altri stakeholders (co-founders, dipendenti, investitori, partner commerciali, etc…) a collaborare con noi. In ogni caso, investire i nostri soldi dovrebbe renderci ancora più attenti a scegliere le spese necessarie.

  1. Family and Friends

Familiari ed amici conoscono le nostre qualità e possono credere in noi al punto da rischiare il proprio capitale nella nostra impresa, prima ancora che essa abbia dei clienti e generi dei ricavi o in seguito per contribuire a finanziarne la crescita. Tra i vantaggi, questi investitori non sono tipicamente degli acerrimi negoziatori della loro quota azionaria e risultano essere tra i più tolleranti rispetto alle nostre decisioni e all’andamento dell’azienda; se sono competenti meglio ancora.

Oltre ad aiutarci ad aumentare la cassa, avere amici e parenti a bordo, renderà un pò più facile ricevere ulteriori finanziamenti; a tale scopo potrebbe essere opportuno inserire almeno parte dei loro contributi all’interno di una campagna di crowdfunding, per generare quella “massa” iniziale utile a completare la raccolta.

Tra i contro, si rischia di compromettere un rapporto di amicizia o parentela a causa di un business andato male. E purtroppo molte start-up soprattutto quelle con coefficiente di rischio più elevato, vanno male. Il mio consiglio è di essere quanto più possibile sinceri sui potenziali ritorni e rischi dell’investimento (anche a costo di non prendere i soldi), fare accordi scritti e minimizzare questa fonte di capitale in caso di attività particolarmente rischiose, per le quali altre tipologie di investitori possono essere più appropriate.

  1. Crowdfunding

Negli ultimi anni si sono moltiplicate le piattaforme di crowdfunding, dove è possibile ricevere soldi da piccoli investitori – a partire da un minimo di pochi euro – per completare una campagna che può valere diverse centinaia di migliaia di euro o più. Generalmente si tratta di investimenti in azioni della società ma quantomeno all’estero, alcune piattaforme già da qualche anno hanno iniziato ad offrire anche debito convertibile (tra le prime Seedrs).

Il crowdfunding può essere un ottimo modo per tirare su capitali nella fase di seed e anche early stage se si seguono alcune accortezze che tratterò in un post successivo.

Intanto qui potete trovare una lista delle piattaforme italiane di crowdfunding.

  1. Angels

Gli angels sono investitori privati che investono in startup tipicamente in fase Seed, ovvero quando la società ha già creato un prototipo o un vero e proprio prodotto, magari ha qualche cliente, non necessariamente pagante. Chiaramente si tratta di una fase ad altissimo rischio per cui gli angels investono quasi esclusivamente in startup che operano in settori a loro ben noti, e comunque quantità di capitali contenute (in Italia, un range indicativo può essere €20k-€50k), in un’ottica di portafoglio. Per esperienza so che, soprattutto gli angel più facoltosi e in fase post-Seed, possono investire senza fare una reale due diligence della società, ma questo accade solo se esiste un rapporto di grande fiducia con uno dei founder o con un altro angel che ha già investito nella compagine.

In alcuni stati Europei (UK, Francia, etc…) l’angel investing apporta una quantità di capitali notevole alle start-up anche perchè esistono dei forti sgravi fiscali che incentivano i privati a fare questo tipo di investimento. Purtroppo solo in rari casi gli angel investono in paesi stranieri sia per ragioni fiscali che perchè preferiscono seguire attivamente la gestione.

Chiaramente avere uno o più angel a bordo – a patto di andarci d’accordo, altrimenti statene alla larga – è molto positivo, sia perchè spesso si tratta di imprenditori e manager qualificati che hanno una lunga esperienza aziendale e sia perchè si tratta di un buon segnale per altri investitori.

In un post separato vorrei presentare strategie utili per aiutarti ad individuare gli angel migliori per la tua azienda. Ecco i link alle principali associazioni di angel italiani:  Italian Angels for Growth, IBAN, Custodi di Successo, Club degli Investitori, Angel Partner Group, Siamo Soci, WABA Capital. Se ne conosci altri ti prego di segnalarli agli altri lettori nell’area commenti!

  1. Super Angels

I super angels si differenziano dagli angels perchè fanno dell’investire in startup la loro occupazione primaria ed hanno generalmente una capacità di investimento superiore. Nella quasi totalità dei casi investono tramite uno o più veicoli, ottimizzati fiscalmente. Come gli angel, mirano spesso ad un coinvolgimento attivo nella società.

A fine 2017 si tratta ancora di specie rara in Italia. Uno che mi viene in mente è Fabio Cannavale, ex CEO di Lastminute. Qui trovi una sua interessante intervista nella quale parla della situazione delle startup italiane ad inizio 2016.

  1. Incubatori 

L’incubatore è un’organizzazione che aiuta le startup a svilupparsi fornendo uno spazio dove lavorare (che piaccia o no, rigorosamente in co-working) pagando un affitto ridotto, e servizi consulenziali di vario genere, in qualche caso chiedendo anche una minima percentuale di equity. Gli incubatori sono generalmente connessi con investitori locali, ed alcuni di essi forniscono anche del capitale (limitato) alle proprie startup più meritevoli.

Rispetto agli acceleratori, gli incubatori non hanno una durata fissa del programma per cui si adattano meglio a startup con un lungo periodo di gestazione, anche di 12-24 mesi. Spesso hanno criteri di ammissione meno stringenti perchè sono sponsorizzati da enti pubblici locali o nazionali, ovvero si tratta per buona parte di società no-profit, ma generalmente sono aperti solo a startup di alcuni settori.

Diverso è il caso degli incubatori aziendali, i quali possono investire fondi – anche rilevanti – però accettano solo startup che hanno progetti legati al loro business e tendono a favorire uno sviluppo esclusivamente interno dei progetti. La value proposition di questi ultimi è quindi molto diversa perchè il/i co-founder devono essere interessati ad un ipotesi di acqui-hire e la loro quota può avere una crescita di valore limitata (“capped upside”).

EconomyUp ha redatto una super lista con un gran numero di incubatori e acceleratori italiani.

  1. Acceleratori

Gli acceleratori sono tipicamente società for-profit che inseriscono le startup all’interno di programmi di durata ridotta (8-20 settimane in genere) ma estremamente intensi, che terminano con un pitch day, dove la startup presenta il lavoro ad una comunità di investitori. All’inizio del programma ciascuna startup riceve un piccolo finanziamento in cambio di equity (fino a circa un 10% del valore). L’agenda delle attività è fortemente guidata dal team dell’acceleratore e le attività di mentorship riguardano sia la parte strategica che quella organizzativa e commerciale. Altro valore aggiunto è il preparare la startup al fund raising.

Negli ultimi anni sono nati tantissimi acceleratori ma la qualità è molto variabile. Se la tua startup non si rivolge prevalentemente al mercato italiano, il team ha esperienza internazionale e parla bene inglese puoi considerare quelli esteri, tra cui i più famosi come YCombinator, 500 Startups o TechStars sono estremamente selettivi (prendono l’ 1-2% degli applicanti), ma ovviamente offrono degli “incomparable perks” (scritto apposta in inglese 🙂 ) rispetto a quelli nostrani…

  1. Venture Capital

Premessa, il venture capital non è per tutti, ovvero finanzia solo aziende ad alto potenziale di crescita (ed alto rischio), ovvero in grado di garantire un certo IRR / moltiplicatore all’investitore. Per cui le caratteristiche della tua azienda devono essere quantomeno le seguenti: 1) avere un mercato target sufficientemente ampio, 2) essere altamente scalabile, 3) aver superato la fase Seed, ovvero avere un prodotto, dei clienti e dei ricavi anche limitati ma in forte crescita; esistono delle eccezioni al punto 3) ma non è il caso di approfondirle in questo post.

Oltre alle condizioni di cui sopra, i founder della startup devono ovviamente essere disposti ad accettare che il fondo, sebbene minoritario abbia una considerevole voce in capitolo nella governance aziendale, regolamentata dalle varie clausole del contratto di investimento che approfondirò in post successivi.

Eppoi ci sono i venture capitalist…alcuni, pochi, sono bravi e possono aiutarti molto, altri, la maggioranza, hanno un ego smisurato, pochissimo tempo da dedicarti e del tuo business ne capiscono poco, in altre parole non saranno in grado di aiutarti per come dicono e ti faranno penare per investire nella tua azienda, magari a condizioni poco ragionevoli. Quelli italiani poi hanno risorse limitate e un track record (casi di successo) piuttosto deficitario, per cui se puoi contatta anche e soprattutto quelli esteri, individuando quelli che sono competenti nel tuo settore e disponibili ad investire fuori dai loro confini nazionali.

I principali vantaggi di ricorrere a questa forma di finanziamento sono: investimenti più elevati (tipicamente €1-€10m per un Round A europeo), mentorship e contatti sia di natura commerciale che per futuri fund raising.

Per start-up più avanti nel percorso (early o growth stage) o piccole e medie imprese esistono anche altre strade per incrementare il capitale azionario, tra cui investitori industriali, fondi di private equity, family offices, o anche piccoli risparmiatori nel caso della quotazione.


Qual’è stato il mix che hai adottatto per la tua impresa? Condividi la tua opinione ed esperienza nei commenti.

 

 

One thought on “Quali capitali per la tua start-up? Parte Equity

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

w

Connecting to %s